Fondazione Triulza, la riserva “protetta” delle buone intenzioni

Boycott-CokeTra i fornitori ufficiali di Expo 2015 compaiono Coca Cola e San Pellegrino. La prima multinazionale – partner ufficiale per la vendita di soft drink durante i 6 mesi di Esposizione Universale – ha una ampia e documentata storia di violazioni dei diritti umani in mezzo mondo a partire dalla fondazione nel 1891 ad oggi. La seconda azienda – che venderà l’acqua ai visitatori di Expo – è la filiale italiana della multinazionale svizzera Nestlè anch’essa responsabile di gravi violazioni dei diritti umani, in particolare, per quanto concerne il diritto all’accesso all’acqua e la vendita di latte in polvere in Paesi del terzo mondo, quest’ultima in violazione delle regole stabilite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per garantire l’allattamento dei bambini nei primi 6 mesi di vita.

Tra i padiglioni di Expo 2015 è presente anche quello della Società Civile situato all’interno della Cascina Triulza, uno dei pochi manufatti che rimarrà come lascito anche dopo la chiusura dei cancelli dell’Esposizione Universale. A dar vita al padiglione della Società Civile ci penserà il mondo del terzo settore raccolto per l’occasione sotto l’ombrello della Fondazione Triulza, nata “su iniziativa di organizzazioni operanti in diversi ambiti della società civile, impegnate nella realizzazione di una società equa e di uno sviluppo umano sostenibile, nella difesa dei diritti umani e del patrimonio naturale, nella diffusione della cultura della pace e della cooperazione, nella promozione di modelli economici etici e inclusivi”.

È evidente la stridente contraddizione tra alcuni degli sponsor ufficiali di Expo 2015 e i valori della Fondazione Triulza, che invece di permeare tutta la manifestazione vengono relegati in una riserva “protetta”. Dimostrazione di questo è il fatto che mentre la San Pellegrino venderà le proprie bottigliette d’acqua a tutti i visitatori, all’interno del padiglione della Società Civile l’acqua distribuita sarà quella comunissima del rubinetto. Questo perché molte delle organizzazioni che hanno dato vita alla Fondazione hanno anche partecipato alla campagna referendaria del 2011 per l’acqua bene comune e sarebbe stato quantomeno imbarazzante vendere all’interno della Cascina Triulza acqua della Nestlè o di qualunque altra azienda.

Questo discorso sulla compatibilità etica tra i valori propugnati dalle organizzazioni raccolte all’interno di Cascina Triulza e alcuni degli sponsor di Expo 2015 potrebbe allargarsi agli Stati ospitati durante i 6 mesi di esposizione (Israele, Honduras, Cina, per esempio), ma anche agli scandali portati alla luce dalle recenti inchieste della magistratura che hanno fotografato l’esistenza di un sistema fatto di tangenti, funzionari corrotti e imprenditori collusi. E che dire degli accordi sindacali che limitano il diritto di sciopero, derogano ai limiti quantitativi per l’utilizzo dei contratti precari di apprendistato e a termine e fanno un ricorso smodato a stagisti e volontari per far funzionare la macchina organizzativa di Expo?

Quello che non si capisce è perché le organizzazioni che compongono la Fondazione abbiano deciso di metterci la faccia fornendo una maggiore legittimazione ad un grande evento oggettivamente debole, travolto dagli scandali, pieno di contraddizioni e costato miliardi di euro spesi per realizzare una scintillante vetrina che a tutto servirà, salvo che “Nutrire il pianeta”.

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