L’astronave si prepara a decollare

visitor-shipIl Macef cambia pelle. Archiviata l’edizione di settembre, la prossima che si terrà a gennaio del 2014 si chiamerà HoMi (Home Milano). Una trasformazione che ha un significato politico ben preciso e che suggella – rilanciandolo – il percorso di internazionalizzazione portato avanti dalla società guidata da Enrico Pazzali. Se fino al 2007, infatti, Fiera Milano non aveva alcuna manifestazione all’estero, negli anni successivi è stato un susseguirsi di acquisizioni di operatori fieristici nei 5 continenti e la mossa di trasformare Macef in Homi punta proprio ad esportare la manifestazione ammiraglia di Fiera Milano anche in Russia e, soprattutto, negli Stati Uniti.

Questo processo di internazionalizzazione è andato di pari passo con la riorganizzazione del gruppo Fiera Milano, con l’obiettivo di realizzare un ulteriore sviluppo del business e una razionalizzazione della governance e dei processi decisionali. Detto in parole povere: tagli al personale e precarizzazione tramite esternalizzazioni.

Il progresso di Fiera Milano fuori dai confini nazionali è testimoniato anche dai dati della relazione finanziaria semestrale al 30 giugno 2013 dove gli indicatori relativi allo sviluppo sul mercato estero sono molto positivi (superficie espositiva di 143mila metri quadrati netti e MOL di 1,8 milioni di euro, in crescita rispettivamente del 29% e del 49% rispetto al primo semestre 2012). Così, il progetto di internazionalizzazione resta l’asse portante della strategia di sviluppo a medio-lungo termine e contribuisce per oltre un quarto al margine operativo lordo di Fiera Milano, compensando in parte il cedimento della domanda domestica.

Il sociologo Aldo Bonomi, a suo tempo, paragonò il nuovo polo fieristico ad un’astronave atterrata sul nostro territorio in grado di “sostanziare la genericità del termine globalizzazione, traducendolo in un nuovo sistema di relazioni”. A quanto pare l’astronave si sta preparando alla partenza e il 2015 potrebbe essere l’anno del decollo, quando con Expo tutti i riflettori saranno puntati sui padiglioni di Rho-Pero e qualche fondo immobiliare straniero potrebbe decidere di fare l’affare acquisendo e valorizzando l’area in perfetta continuità con il nuovo quartiere residenziale di lusso che sorgerà sulle ceneri di Expo. Uno scenario in parte già visto con la realizzazione di City Life sull’area della vecchia Fiera in zona Portello.

Fantapolitica? Eppure questa estate, tra gli addetti ai lavori di Fiera Milano, è ventilata l’ipotesi di mettere in vendita le proprietà immobiliari della Fondazione, incluso il polo di Rho-Pero, da cedere a qualche fondo immobiliare potenzialmente interessato all’acquisto. In questo modo Fiera Milano spa risparmierebbe sull’affitto degli spazi espositivi – circa 60 milioni di euro all’anno -, liberando risorse da investire in un piano di investimenti extra europei per consolidare la vocazione internazionale di Fiera Milano.

Arrivati a questo punto si impone una riflessione su quali siano stati i reali benefici portati dal nuovo polo fieristico per il territorio di Rho-Pero. Per quanto riguarda i trasporti abbiamo assistito in questi anni ad un aumento dei livelli di traffico e inquinamento senza alcuna compensazione, peraltro, sul piano dei trasporti pubblici visto che abbiamo la fermata della metro (che tra l’altro è la fermata della Fiera e non di Rho) più cara dell’area metropolitana, mentre la stazione di Rho città è stata depotenziata a vantaggio della stazione di Rho Fiera; nel caso delle ricadute occupazionali, i posti di lavoro nel settore fieristico sono per definizione precari quando non in nero (come nel caso degli allestimenti degli stand), mentre sul nostro territorio la crisi morde e si continuano a perdere posti di lavoro – Innova Service di Arese, Hydronic Lift di Pero, Eutelia di Pregnana, Litorama e Sealed Air di Rho, per citarne alcuni.

Le promesse si sono sciolte come neve al sole. Che fare, quindi? Da oltre un anno prosegue la campagna “Fagliela pagare!” per chiedere che Fiera Milano versi al territorio un contributo economico per ridurre le tariffe del trasporto pubblico. Lo stesso tipo di ragionamento potrebbe essere esteso anche ad altri diritti primari come ad esempio la casa o la cultura, al fine di creare una cassa sociale per i servizi che sappia rispondere ai bisogni di un territorio sempre più precarizzato. L’alternativa è accontentarsi delle briciole e, forse, neanche di quelle.

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